sabato 23 marzo 2013

Tradimento di Stato

Fa sempre paura quando è lo Stato a tradire, soprattutto se lo fa in un periodo di crisi economica e degenerazione istituzionale come quello che stiamo vivendo negli ultimi anni. 
Eppure sembra che, a parte un po' di indignazione, il mondo politico se ne sia fregato abbastanza quando il governo ha abbandonato due soldati di marina italiani nelle mani di uno dei Paesi più incivili del mondo. 

Non è stato un atto di buona fede, né un gesto di amicizia o di apertura come si vuole far credere. E' stato un atto meschino, perché due soldati sono stati venduti ad una giustizia medievale in cambio di denaro. 

Procediamo per gradi. 
I due marò erano su una nave italiana a fare il lavoro sporco che un tempo facevano i mercenari, o contractor come piace chiamarli ora. Questo perché qualche lobby di trasporto marittimo ha deciso che questi mercenari costano troppo e sarebbe più comodo avere a bordo degli uomini armati pagati direttamente dallo Stato. 
Lo Stato ha accettato, perchè se ne frega abbastanza del giuramento dei suoi uomini di difendere la Repubblica, e non le navi mercantili. 
Con lo stesso ragionamento potrei chiedere una scorta militare se devo fare un giro in Egitto, dove c'è il rischio che qualche barbone musulmano mi rapisca. Ma io non sono una lobby, e non mi daranno due alpini che mi difendano. 

Questi due marò erano dunque a fare un lavoro che spettava ai mercenari. Non si sa cosa sia accaduto, ma sparano addosso ad una barca, una delle tante che popolano l'Oceano Indiano e spesso di proprietà dei pirati o di gentaglia che si improvvisa pirata. 
Ricordiamoci che parliamo dell'India e dei Paesi limitrofi... la pirateria è quasi una cultura, benché l'India si vanti di essere chissà quale grande democrazia. 

Con l'inganno, la guardia costiera indiana induce la nave italiana ad avvicinarsi alla costa, e quindi ad entrare nel mare territoriale indiano, dove viene chiesto ai soldati di scendere. I soldati sbarcano e vengono arrestati. 

Per chi non lo sapesse, il mare è diviso in tre fasce fondamentali in base ad un trattato di cui la stessa India è firmataria: mare territoriale, zona contigua e mare internazionale. 
Il mare territoriale ha un'estensione di 12 miglia dalla costa e su di esso vige la piena giurisdizione dello Stato costiero; è considerato, insomma, come fosse terraferma. 
La zona contigua, che si estende per  altre 12 miglia dal termine del mare territoriale, serve più che altro al controllo doganale, così da impedire agli ospiti sgraditi di penetrare nel mare territoriale, che è pieno territorio dello stato costiero.
Il mare internazionale, come si intuisce, è zona libera e sulle navi si applica la legge dello stato di bandiera, cioè dello Stato la cui bandiera sventola sulla nave. 
Pertanto, un reato commesso nel mare internazionale non può essere punito dal primo che passa, ma va punito da una corte internazionale, in base alla competenza. 
Nel nostro caso, sarebbe toccato alla Corte di Giustizia Internazionale o comunque ad un tribunale arbitrale istituito appositamente. L'India invece, con l'inganno, chiama i marò a riva e dichiara che il reato sia avvenuto nel suo mare territoriale. 

Il problema sorge proprio in merito alla qualifica dei due marò. Anche se il reato (ammesso che lo sia, ma supponiamo di si) fosse stato consumato nel mare territoriale indiano, l'India avrebbe avuto soltanto la facoltà di arrestare i due militari. I soldati infatti, così come ogni agente di governo, diplomatico o appartenente alle forze dell'ordine, godono dell'immunità funzionale. Ciò significa che qualunque cosa facciano in territorio straniero, nell'esercizio della loro funzione, sono immuni civilmente e penalmente. La responsabilità dell'atto compiuto ricade soltanto sullo Stato di appartenenza dell'agente. 
Quindi se un soldato italiano, nell'esercizio della sua missione di difendere una nave italiana, uccide malauguratamente un cittadino indiano, la responsabilità è dello Stato italiano, che ne risponde sul piano internazionale, davanti ad una corte internazionale o tramite risarcimenti diplomatici. 
Se invece un soldato italiano in licenza va in India ed uccide un indiano, è chiaro che può essere arrestato e giudicato, perché non stava servendo lo Stato italiano in quel momento, con quell'atto.

L'India, pur avendo firmato varie Convenzioni di Vienna e quindi essendosi impegnata ad aderire alla linea d'azione che ho espresso sopra, se n'è fregata altamente e sta trattando i due marò come se non fossero soldati ma civili. 

E siamo già a due violazioni: l'aver attirato a terra con l'inganno i due soldati e l'averli sottoposti ad arresto. 

Quando ai due marò è stato concesso il rientro in Italia per le elezioni, l'India ha chiesto al nostro diplomatico di giurare che i soldati sarebbero stati restituiti alla giustizia indiana. A parte il fatto che è ancora da discutere se il giuramento del diplomatico sia valido o meno giuridicamente, dal momento che si tratta di un istituto tipico degli ordinamenti di common law, cui l'Italia non appartiene; in che modo questo giuramento avrebbe portato, poi, all'arresto del nostro diplomatico? La Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961 stabilisce che l'agente diplomatico ha la piena immunità finché esercita la sua funzione di diplomatico, tranne se non vi rinuncia esplicitamente con un atto scritto. 
Nel nostro caso non vi è stata alcuna rinuncia scritta, per cui l'India ha commesso anche la terza violazione. 

L'Italia, dal canto suo, aveva tutte le carte in regola per infischiarsene dell'India e trattenere i marò sul suolo patrio già dal loro primo rientro. 
Questo perché, in base ad una consuetudine, uno Stato offeso può prendere una contromisura proporzionale all'offesa ricevuta; contromisura che può comprendere persino un atto di guerra o la violazione di un trattato stipulato con lo stato offensore. Va bene qualsiasi cosa. 
Nel momento in cui l'India ha attirato a terra con l'inganno i due marò, ha aperto la strada alla contromisura italiana. Trattenere in Italia i soldati, quindi, sarebbe stata una contromisura ben proporzionata all'offesa ricevuta. 

Infine, non vedo perché dovremmo fidarci della dichiarazione scritta indiana di non condannare a morte i nostri soldati, dal momento che:
- L'India non ha rispettato parecchi accordi internazionali, che sono scritti
- I nostri marò, essendo agenti italiani, devono godere dei diritti garantiti dalla costituzione italiana, in base alla Convenzione di Vienna. Ma è solo carta straccia, come insegnano gli indiani. 

L'unico motivo che ha spinto il governo italiano a sacrificare due soldati è quello di non avere la spina dorsale e di essersi piegati alle pressioni dei partner commerciali indiani. 
I nostri generali, dal canto loro, sanno parlare solo quando sentono odore di tagli alla Difesa, e quindi ai loro stipendi d'oro. 

In tutto ciò, il Capo dello Stato ha espresso l'apprezzamento per il senso di responsabilità con cui i due marò hanno accolto la decisione del Governo. Come se avessero avuto una scelta. 

Vergogna.

2 commenti:

  1. Mattia Toselli23 marzo 2013 10:08

    Guarda io sono un aspirante ufficiale militare (sto facendo la selezione per l'accademia), la verità è che purtroppo la vita dei nostri militari è valsa più di quella di un diplomatico.

    L'Italia è uno stato che cerca sempre di essere diplomatico e di rispettare gli impegni presi, anche con suo grande svantaggio, su questo non ci piove.

    Purtroppo in questi anni invece sembra che a farla Franca siano sempre gli stati che hanno la "faccia più tosta". Vedasi Germania, Israele, India, Inghilterra.

    Piano piano i trattati internazionali vengono meno, l'ultima volta che è successo il frutto è stata la seconda guerra mondiale...

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  2. Luigi Valente24 marzo 2013 23:40

    Ricordavo dei due casi che mi ha citato, ma ero troppo giovane ed ignorante all'epoca per comprenderne appieno la gravità.
    Le posso dire però che la giustizia indiana ha poco da invidiare alla nostra, che è tra le più lente del mondo e tra le più politicizzate. Non sono un sostenitore di Berlusconi, ma mi permetta l'osservazione.
    Ciò su cui dovremmo interrogarci è perché i nostri stranieri non trovino assistenza all'estero da parte del nostro esecutivo. Lo Stato, è vero, non è tenuto a soccorrere il proprio cittadino all'estero: non ci sono consuetudini internazionali o leggi (interne o internazionali) che gli impongano la protezione. Se però vogliamo continuare a definirci civili, noi dovremmo garantirla, soprattutto se i nostri cittadini si trovano in Paesi notoriamente pericolosi. In India fanno le perizie mediche in 2 minuti e le fa un macellaio, non un medico, non mi pare proprio che abbia le capacità di fornire adeguati strumenti di tutela, NEANCHE IN VIA TEORICA.

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